The Haunting of Hill House, la Recensione – NO SPOILER

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Giulia D’Onofrio
Blogger, scrittrice, editor. Vive con una tazza di tè in una mano e una penna nell'altra, assolutamente convinta che le storie possano cambiare il mondo.

Blogger, scrittrice, editor. Vive con una tazza di tè in una mano e una penna nell'altra, assolutamente convinta che le storie possano cambiare il mondo.

Cinque fratelli, una casa stregata e un passato tormentato: sono le premesse di questa serie tv. La storia è basata sul libro di Shirley Jackson del 1959, e narra di una famiglia con diversi problemi, divisa, tormentata, che rivive ricordi spaventosi della vecchia vita nella casa stregata dell’infanzia. Scopriremo man mano, in tempi cadenzati non troppo lunghi né troppo brevi, i motivi che hanno spinto i protagonisti ad abbandonarla. E un insegnamento velato: non ci si può nascondere dal passato, prima o poi tornerà a prenderci.

Dopo questa breve introduzione, partiamo subito con il dire che il cast è davvero ottimo. È piacevole lasciarsi trasportare della recitazione che, persino nei bambini, sorprende. La cura della caratterizzazione è chiara agli occhi di tutti e si nota soprattutto nei cambi di scena tra passato e futuro: un accessorio sul personaggio bambino si riconosce sullo stesso adulto e viceversa. Il che ci porta a riconoscere il personaggio ancor prima di saperne il nome.

In una delle puntate, inoltre, verso la metà circa del telefilm, notiamo una chicca cinematografica: un piano sequenza molto lungo che ci conferma la bravura degli attori e la sperimentazione sul film.

Sulla sceneggiatura posso fare un solo appunto negativo: la presenza di jumpscares nelle prime puntate è davvero eccessiva e praticamente inutile. Va bene voler entrare nel mood horror, ma un prodotto così non ha alcun bisogno di scadere nel trash. Per fortuna, la cosa dura poco e già dalla terza puntata rientra nei limiti.

Le ambientazioni sono molto pittoresche, se parliamo della casa stregata (ovviamente). Le altre sono piuttosto normali: classiche case americane, tranne per quella di un personaggio, che ha nello scantinato qualcosa che non tutti possiedono, ecco, mettiamola così. Non voglio farvi spoiler, vale la pena scoprirlo. L’unico luogo che differisce, soprattutto nei colori, è quello del piano sequenza: tutto diventa verdastro e sembra proprio un altro telefilm. Non è una cosa che mi è piaciuta particolarmente, c’è stato troppo stacco e improvviso, oltre al fatto che, probabilmente per giocare un po’ con inquadrature diverse, hanno allungato quella puntata in modo davvero esagerato. Se ne potrebbe saltare almeno la metà, se non di più. Un peccato, perché il resto scorre benissimo.

Già dai primi minuti, scopriamo che ogni puntata è dedicata a un personaggio specifico. I salti temporali ci aiutano a delinearne la storia e il carattere, per poi collegarla con le altre nelle puntate successive. Molto spesso, vedere una scena dagli occhi di chi la vive e poi rivederla dagli occhi di un altro fa luce su molte cose che lo spettatore non comprende fino a che non percorre entrambe le strade. Anche se potrebbe essere immaginato come qualcosa di stancante (rivedere la stessa scena, intendo), non aspettatevi una ripetizione vera e propria: è come se fossero sempre due o tre storie diverse, perché ognuno le vive in modo diverso e ha conseguenze diverse.

La cosa che più colpisce al termine della serie non è soltanto il messaggio (su cui torneremo fra poco), ma anche il giudizio sui personaggi. All’inizio ci si fa un’idea, su tutti: c’è chi attira le nostre simpatie e chi proprio non sopportiamo, ma al termine dell’intreccio, be’, sarà difficile amare o odiare del tutto qualcuno. Un po’ come nella vita vera: c’è talmente tanto dietro una persona, tanti dolori, tante aspettative, che non si può amare senza provare almeno un po’ di dolore. Ed è una cosa triste quanto vera. Una cosa che questa serie tv cerca di insegnarci, ribadendo che nascondersi non è la soluzione, che la tua visione del mondo potrebbe non essere la stessa di un altro e che, forse, la stessa cosa può significare qualcosa di molto diverso per ognuno di noi.

Arrivare al finale è stata una piacevole avventura, ma ci sono sicuramente degli appunti da fare, in ultimo. La storia della sorellina più piccola è molto interessante, forse la più inquietante, tuttavia ci sono diverse cose che non vengono spiegate, lasciate all’interpretazione dello spettatore. Cosa che potrebbe anche andare bene se non si fosse puntato su un horror in qualche modo psicologico, che ci spiega tutto nel dettaglio tranne quella parte lì. Lascia l’amaro in bocca, perché è la più succulenta. Stessa cosa per la storia che ronza attorno alla figura della madre: come nelle altre, ci si aspetta una spiegazione, qualcosa che metta un punto, invece arriva il finale e… niente, ci si ferma lì. Un vero peccato. Ultima pecca, il personaggio della sorella più grande, caratterizzato, certo, ma molto scialbo in confronto agli altri.

Concludo consigliando la serie, anche ai non amanti dell’horror. Sarà rilasciata da Netflix il 12 ottobre.

The haunting of Hill House

0.00
7.7

Sceneggiatura

8.0/10

Regia

8.0/10

Cast

8.0/10

Colonna sonora

6.5/10

Caratterizzazione

8.0/10

Pros

  • Ottima caratterizzazione
  • Salti temporali che tengono attaccati allo schermo

Cons

  • Qualche scena lenta
  • Jumpscares abusati nelle prime puntate
  • Trame rimaste senza spiegazione

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