Star Trek: Discovery 1×08 e 1×09, la Recensione

Recensioni
Matteo Ivaldi
Amante delle storie in ogni forma, ha affittato un emisfero del cervello a mondi immaginari. Avendo passato l'infanzia tra navi spaziali, Tolkien e Final Fantasy non può più fare a meno di flirtare con la fantascienza, la letteratura e i videogiochi. Talvolta può sembrarvi distratto, in realtà è probabile che stia facendo scorrere scene assurde nella sua testa con tanto di titoli di coda.

Amante delle storie in ogni forma, ha affittato un emisfero del cervello a mondi immaginari. Avendo passato l'infanzia tra navi spaziali, Tolkien e Final Fantasy non può più fare a meno di flirtare con la fantascienza, la letteratura e i videogiochi. Talvolta può sembrarvi distratto, in realtà è probabile che stia facendo scorrere scene assurde nella sua testa con tanto di titoli di coda.

Ed eccoci arrivati al primo giro di boa di Star Trek: Discovery, il mid-season finale che ha interrotto le avventure crude, coraggiose e in buona parte imprudenti della nave scientifica trasformata in vascello da guerra sperimentale al fine di contrastare l’avanzata delle armate Klingon all’interno del territorio della Federazione Unita dei Pianeti e che anticipa il secondo, più ristretto atto della prima stagione che riprenderà su CBS All Access il 7 Gennaio 2018.

La responsabilità è pesata sulle spalle di un doppio episodio, il secondo dopo il pilot che mise in scena la Battaglia delle Stelle Binarie, la scintilla che fece scoppiare uno dei conflitti destinati a lasciare un segno profondo nella storia della Flotta Stellare: Si Vis Pacem, Para Bellum e In The Forest I Go, titoli colti e letterari a cui la serie ci ha abituato, compongono infatti un unico racconto che dalla scusa introduttiva piuttosto simile all’incipit di una fra le centinaia di avventure tipiche delle esplorazioni pluriennali dei vascelli futuristici di Roddenberry cresce fino a infliggere una poderosa stoccata alla macchina bellica Klingon, invertendo le sorti di una guerra che fino a questo momento, tra vittorie di Pirro ed enigmatiche macchinazioni dietro le quinte non aveva favorito l’umanità. La Discovery tuttavia ha pagato lo scotto a caro prezzo e fra avvincenti crescite dei personaggi, qualche perplessità (sebbene sempre meno pesanti) e una resa scenica impeccabile il capitolo si chiude con un cliffhanger che non lascia presagire nulla di buono per i nostri antieroi e riaprirà le questioni l’anno prossimo all’insegna del totale mistero.

TASHA YAR, ANYONE?

La scena iniziale di Si Vis Pacem, Para Bellum, abusata locuzione latina che descrive con il pragmatismo dell’epoca antica la semplice filosofia ala base della risoluzione di ogni conflitto, “se vuoi la pace, prepara le armi“, si apre con il dramma della USS Gagarin sotto attacco da parte di una flottiglia di navi Klingon; la Discovery si teletrasporta sul campo e tenta di salvarne l’equipaggio rischiando di sacrificarsi pur di impedire che i siluri nemici ne distruggano lo scafo ma l’intervento è vano. La tecnologia di occultamento dei Klingon, incubo della Federazione dai film con protagonista il maturo ammiraglio Kirk fino a Jean-Luc Picard, si rivela un ostacolo apparentemente insormontabile. Il motore a spore guidato dal tenente Stamets, fusosi con il corredo genetico del tardigrado spaziale, può soltanto trarre in salvo la nave superstite prima che gli alieni ne facciano piazza pulita.

La battaglia è breve ma intensa, come d’altronde la serie ha sempre dimostrato di saper gestire senza lesinare sull’intrattenimento: il tono fissato dall’episodio chiude la parentesi aperta dagli episodi centrali della prima tranche, più verticali e leggeri di contenuto, per riportare l’attenzione dello spettatore al motivo principale della stagione. I Klingon stanno vincendo la guerra, la straordinaria nave di Gabriel Lorca, da sola, non è che un palliativo effimero; finché l’equipaggio non troverà il modo di stanare i Klingon anche sotto invisibilità (durante la quale non possono fare fuoco, in accordo alle regole stabilite dal canone), nessuna trans-curvatura potrà contribuire al conflitto se non per difesa o brevi attacchi mirati agli obiettivi strategici. I ripetuti salti nello spazio, inoltre, stanno riducendo Stamets al limite: il tenente esce a fatica dalla camera di contenimento delle spore e inizia a confondere le diverse linee temporali, svelandoci un possibile futuro in cui il goffo cadetto Sylvia Tilly è divenuto il capitano di una nave interstellare.

Il dialogo prosegue il discorso introdotto durante il settimo episodio della prima stagione, Magic to Make the Sanest Man Go Mad, che per coincidenza affrontava un’altra serie di paradossi temporali atti a illustrare la possibile esistenza di universi paralleli, elemento che Discovery sembra avere a cuore e che potrebbe costituire l’ossatura susseguente al conflitto galattico. La scena, semplice e diretta, conferma il possibile futuro di uno dei personaggi all’apparenza più inopportuni a bordo della nave, suggerendo che anche nell’individuo meno portato possa nascondersi un talento straordinario: la Tilly del presente è poco più che la confidente di Michael Burnham, o per meglio dire la sua unica amica nonché il principale comic relief della serie, eppure è proprio lei, a differenza di qualsiasi altro valevole membro della Discovery, a godere della benedizione del fato.

Non è detto che vedremo la scalata di Tilly alla gerarchia di Starfleet nelle prossime stagioni, tutto dipenderà dall’integrità morale della ragazza e dalle sue scelte. Anche prendendo per buone le parole di Stamets, e non vi è motivo per non farlo, permane il dogma che il futuro che questa specifica linea temporale non sia ancora stato scritto. Anche Tasha Yar, l’addetto alla sicurezza dell’Enterprise-D di The Next Generation, avrebbe potuto fare grandi cose se fosse sopravvissuta al termine della prima stagione – la serie in questo fu cristallina.

IL PANDORA DEI POVERI

La Federazione intende ovviare al problema del dispositivo d’occultamento Klingon messo a punto da T’kuvma sulla leggendaria Nave dei Morti dei primi episodi modificando un trasmettitore naturale del pianeta Pahvo così da trasformarlo in un sonar capace di identificare la posizione delle navi invisibili. Burnham, Ash Tyler e il Kelpien Saru atterranno quindi sulla superficie di Pahvo e si mettono in cammino alla volta di questo immenso albero luminoso, salvo scoprire che il pianeta non è affatto disabitato come avevano auspicato. Gli abitanti di Pahvo si manifestano sotto forma di particelle luminose connesse intrinsecamente alla biosfera del luogo: più che una specie autoctona del mondo si può dire che essi rappresentino il pianeta stesso.

I momenti passati sula superficie di Pahvo danno sfoggio di una cura scenografica straordinaria se confrontata agli standard delle serie televisive odierne. Il pianeta brulica di una vita nascosta che affonda le radici al di sotto, al di sopra e intorno alla materia di cui esso è composto, un autentico unico organismo senziente in grado di comprendere le intenzioni dei visitatori e dialogare con loro a un livello ben più profondo della verbalizzazione. Qui Discovery coglie a piene mani dall’utopia naturalista di James Cameron in Avatar per sottolineare l’assurdità del concetto di guerra dal punto di vista di un’entità plurima che non concepisce il concetto di ostilità; tutto avviene nei pressi di una rigogliosa foresta dal fogliame azzurrognolo sormontata da un cielo terso occupato da due grosse lune. È incredibile quanto possano rivelarsi efficaci un dosaggio alternativo dei colori, una buona fotografia e qualche ritocco digitale non troppo invasivo, Pahvo non ha modo di mostrarsi tramite i panorami mozzafiato del kolossal fantascientifico costosissimo di quasi dieci anni fa eppure la sua efficacia è indubbia e colpisce gli esploratori della Discovery distraendoli dalla missione impellente di cui sono stati incaricati.

La questione si infittisce quando Saru, l’equivalente di un animale preda nella società da cui proviene, riesce a stabilire un legame inconscio con le particelle pahviane: la visione di una realtà priva di lotta per la sopravvivenza ne altera il carattere e lo trasforma in un pericolo mentre Burnham e Tyler, in accordo alla prima direttiva della Flotta, cercano di non interferire con più del necessario con l’ambiente alieno cercando allo stesso tempo di ottenere il consenso a modificare il trasmettitore poco distante. Potrebbe sembrare che Saru venga irretito dagli esseri e sia stato trasformato da quest’ultimi in un villain dell’ultima ora, permettendoci di identificarli come ostili, invece è il Kelpien a fare di testa propria sconvolto dalle loro rivelazioni pacifiche. Pahvo non è una minaccia, non intende assolutamente fare del male ai protagonisti, anzi, ogni azione delle creature è volta a convincerli che un universo pacifico è possibile dato che il pianeta è privo di catena alimentare, di sopravvivenza del più forte, di istinti famelici ai danni del prossimo: la completa antitesi del periodo storico in cui la serie è ambientata.

Durante la notte Burnham affronta a viso aperto l’impossibilità di mantenere una relazione con Ash Tyler, l’ex-prigioniero Klingon: la libertà della donna è temporanea, su di lei pesa ancora la condanna all’ergastolo per insubordinazione che Lorca, nonostante l’autorità di cui è investito, non può formalmente annullare. Arriverà il giorno in cui Michael tornerà in carcere ed entrambi dovranno mettere da parte l’affetto reciproco. Qui la serie classica entra in gioco possedendo di fatto le menti dei personaggi, quando la donna d’estrazione culturale vulcaniana antepone il bene dei molti al proprio, prontamente smentita da Tyler: anche il bisogno dei pochi, o di uno, ha importanza.

Lo scambio è quasi un estratto dal finale di Alla Ricerca di Spock, in cui l’equipaggio dell’Enterprise originale si accollò un rischio estremo al solo scopo di trarre in salvo un amico perduto. Non chiediamoci come è possibile che a pochi anni di distanza dall’inizio delle avventure di Kirk il concetto riaffiori così prepotentemente; l’insegnamento può essere riconducibile a Sarek, padre putativo e non sia di Michael che di Spock, il gesto è più che altro un rimando emozionale che Discovery compie per mantenere la serie sui giusti binari senza fare voli pindarici. Un occhiolino furbastro, una dimostrazione dell’amore di un fan incapace di dimenticare, un caldo abbraccio diretto agli spettatori che viaggiano nello spazio da assai più tempo delle matricole. L’idea è tanto esuberante e sentimentale da riscaldare il cuore nonostante l’ovvia intenzione da imbonitori.

KLINGON MANGIA KLINGON – ATTO 2

A casa Klingon i casati guerrieri continuano a contendersi lo scettro di T’Kuvma, profeta dell’indimenticato paladino Kahless. L’Rell, la Klingon che servì T’Kuvma fino alla sua morte per poi salvare la vita all’albino Voq e in seguito interrogatrice del tenente Tyler, Harry Mudd e per breve tempo il capitano Lorca, tenta di ingraziarsi i favori del nuovo comandante della Nave dei Morti, Kor, torturando l’ammiraglio Cornwell fatto prigioniero nelle scene finali del sesto episodio, Lethe. Le intenzioni della donna però sono altre e il faccia a faccia con Cornwell serve unicamente a mettere in piedi il suo tradimento ai danni dei clan. Kor è un leader spietato, L’Rell non intende servirlo, e quando la guerriera scopre che tutti i suoi amici tranne il disperso Voq sono stati fatti a pezzi dal patriarca della dinastia avversaria le sue intenzioni di vendetta acquistano carattere definitivo.

La confusione che vige all’interno del decadente impero Klingon è degna di una puntata di Game of Thrones ed esalta con successo la debolezza storica dei nemici per antonomasia del primo Trek. I Klingon sono una massa confusionaria di esaltati incapaci di fare fronte comune a differenza della Federazione e i suoi numerosi alleati; la guerra non è mai contro un popolo ma frange dello stesso che continuano a cannibalizzarsi in balia di interessi personali e faide d’onore personali. L’Rell, spia e interrogatrice, si fa vanto della medesima filosofia di pensiero e intende sfruttare i nemici per appianare i torti subiti.

In meno di dieci puntate si sono susseguiti ben tre comandanti militari Klingon: T’kuvma, faro di speranza della razza sanguinaria, obliterato addirittura nel corso del pilot; Voq, timido outsider schiacciato dalle incombenze della crisi che colpì il clan di T’Kuvma dopo la Battaglia delle Stelle Binarie e ora Kor, anch’egli, come mostrato da Into the Forest I Go, a breve scadenza. L’ispirazione alla base dei Klingon coglie a piene mani dalle culture imperiali medievali, specie quelle orientali come mongoli e cinesi, e sono abbastanza certo che l’allarmismo terroristico musulmano degli ultimi tempi sia finito col comporre un nuovo ingrediente che ha reso la nuova versione di questa specie storica ancora più brutale e incontrollabile. Star Trek si è aggiornato allo scenario televisivo contemporaneo protendendo verso una maggiore complessità degli schemi da ambo le parti, complice la narrazione orizzontale, e i Klingon – che hanno ricevuto a dispetto dell’importanza uno screen time tutto sommato contenuto – si sono attenuti a tali requisiti. L’intellettualità di Discovery, finché non scade nel contorto, stimola senz’altro la curiosità del pubblico meno superficiale.

Su Pahvo l’ufficiale scientifico Saru deve scendere a patti con il proprio egoismo. La ricerca della pace a tutti i costi cozza con gli obiettivi di Burnham e Tyler e alla fine non resta altra scelta al Kelpien se non arrendersi all’evidenza: la sua pavidità è genetica, l’illuminazione regalatagli dalle particelle senzienti del pianeta lo ha mandato in cerca di un sogno irrealizzabile che ne ha pregiudicato la stabilità psicologica. Non esisterà pace finché la guerra non sarà conclusa, è lapalissiano: quando si è costretti a combattere per causa di forza maggiore non si può fare altro che rispondere alla chiamata degli eventi e difendere il diritto all’esistenza. Le prede devono diventare cacciatori.

Saru, a dispetto di quanto immaginato durante la visione degli episodi introduttivi di Discovery, è forse l’ufficiale scientifico più distante dallo stereotipo trekkiano: Para Bellum lo presenta per l’ennesima volta fragile e conflittuale, animato da una invidia all’indirizzo di Burnham che il Kelpien è riuscito appena a nascondere sotto la patina dell’educazione formale. Se Discovery continua a fare leva su un cast risicato di comprimari (le vecchie serie portavano avanti almeno una decina di personaggi affiancati alla figura del capitano di turno), non si può dire che li bistratti; sebbene la loro efficacia non sia affrancata da continui alti e bassi la serie è riuscita nel compito di delinearli più che egregiamente in tempo per la chiusura del primo atto.

Il trasmettitore naturale viene così attivato, ma il messaggio diramato su tutte le frequenze e in ogni direzione non ha niente a che vedere con i bisogni della Federazione. Gli abitanti intangibili di Pahvo fanno di testa loro e comunicano sia agli umani che ai Klingon l’ubicazione del pianeta ponendo tutti i presupposti per una battaglia campale: secondo la loro mentalità, tanto superiore quanto ingenua, i due nemici non dovrebbero fare altro che incontrarsi e comunicare così da stipulare una pace. La Discovery rotea gli occhi al cielo. Sono tutti in pericolo. Loro, i Klingon, il pianeta incontaminato. Kor si precipita verso le coordinate fornite dal trasmettitore e la nave di Lorca non può più disabilitare il sistema di occultamento nemico. Si Vis Pacem, Para Bellum si conclude sull’orlo del disastro.

LA VENDETTA È UN PIATTO CHE VA SERVITO FREDDO

In the Forest I Go cita l’opera di John Muir, autore americano del XIX secolo che descrisse con enfasi la comunione tra uomo e natura, e metaforizza la prima autentica presa di coscienza della Discovery verso una dimensione esplorativa che Star Trek ha elaborato esclusivamente in timidi episodi verticali presenti in quasi ogni serie dagli anni sessanta a oggi, oltre che anticipare la chiamata alla guerra in condizioni ben più estreme rispetto alle situazioni passate.

L’azione riprende dal finale di Para Bellum. Il pianeta Pahvo è in pericolo, i Klingon sono in rotta, la Federazione intima il capitano Lorca di farsi da parte e ritirarsi dato che la Discovery è l’unica nave rimasta in zona. Jason Isaacs non abbocca all’amo e allontana la nave a velocità di curvatura senza usare il teletrasporto a spore: non appena saranno in grado di elaborare un piano per stabilire la posizione della Nave dei Morti di Kor sotto occultamento la battaglia, da cui Lorca non ha mai avuto intenzione di fuggire, avrà inizio. L’idea è estrema e implica una lettura tridimensionale dello spazio intorno al nemico in tempo quasi reale attraverso una serie di centotrentatré salti che pesano sulle spalle del povero tenente Stamets. Il piano richiede un’invasione del vascello Klingon da parte di una squadra d’abbordaggio ridotta al minimo incaricata di installare due rivelatori che possano traguardare il segnale con i sensori della Discovery. Burnham e Tyler si offrono volontari, mentre Stamets, ed è comprensibile, è reticente a rischiare la vita o la propria sanità mentale.

Lorca sa come convincerlo: da tempo il capitano contempla una mappa olografica (l’immagine è presente nel sesto episodio, di sottecchi) elaborata grazie ai dati dei salti nello spazio di Stamets; l’equipaggio è a un passo dal dimostrare al mondo l’esistenza di passaggi verso universi alternativi, le stesse realtà che l’astromicologo continua a sfiorare durante i sempre più numerosi attimi di confusione post-salto. È una scoperta sconvolgente che Lorca ha tenuto in caldo nonostante quasi ogni grammo del suo essere gridi vendetta all’impero Klingon. Interrompere uno studio del genere sarebbe un’occasione perduta e Stamets, che ha preferito imbarcarsi su di una nave esplorativa piuttosto che nascondersi in un placido laboratorio scientifico, rinuncerebbe a se stesso declinando l’offerta.

Quanto c’è di autentico nelle parole di Gabriel? Il personaggio interpretato da Isaacs è uno dei massimi punti di forza di Discovery e il suo essere perennemente in bilico tra desiderio di distruzione e il desiderio di tornare a un futuro in cui la nave può tornare a comportarsi come un tramite per svelare i misteri dell’universo lo rende impossibile da identificare a livello profondo. Ogni suo gesto può apparire come un raggiro o, allo stesso tempo, un moto di speranza. Un viaggio oltre i confini dell’insoluto attende l’umanità una volta sconfitti i Klingon: più che “the voyage continues“, the voyage resumes. Ma prima bisogna vincere.

Le due navi si scontrano intorno all’orbita di Pahvo. Prima che la Nave dei Morti torni sotto occultamento Burnham e Tyler vengono teletrasportati al suo interno e incominciano a montare le ricetrasmittenti. Lorca non avrebbe mai voluto mettere a rischio Michael ma la donna, durante l’episodio pilota di Discovery, aveva appreso la geografia interna dell’ammiraglia nemica; la trama orizzontale della serie ha tirato le fila fin dall’inizio stendendo gli eventi di questo mid-season finale. Cornwell, ferita gravemente da L’Rell nel corso di un tentativo di fuga insieme fallito, può ora essere messa in salvo. L’incontro tra l’ufficiale della sicurezza Tyler e la torturatrice Klingon, tuttavia, fa riaffiorare nell’uomo tutto lo stress post-traumatico celato dai tempi del proprio salvataggio; la scena, tesa e angosciante grazie a una serie di primissimi piani e tagli di montaggio ad hoc, fa tramontare la possibilità che quest’ultimo fosse un traditore Klingon. Tyler e L’Rell hanno legato durante la prigionia, o per meglio dire è stata la donna a maturare un interesse amoroso che l’uomo ha sfruttato ottenendo clemenza. Il peso delle torture inflittegli lo mette fuori combattimento, Michael deve farsi strada fino alla plancia da sola.

Piazzata la seconda ricetrasmittente la copertura salta. Kor reca con sé il distintivo del povero capitano Georgiou, mentore di Burnham, ma l’umana asservita alla logica (almeno in partenza) non lo affronta per una mera questione d’orgoglio: è necessario che prenda tempo finché la Discovery non avrà terminato la serie di centotrentatré salti diretti dall’organismo di Stamets, che nella camera di contenimento delle spore viene sottoposto a uno sforzo sovrumano impossibile da interrompere. Il crescendo finale di Into the Forest supera in quanto a stile una buona parte dei migliori film del franchise e rappresenta forse il segmento più godibile dell’intera avventura finora.

La corsa contro il tempo permette alla sceneggiatura di mettere un punto a un buon numero di sottotrame: il lascito di Georgiou, il coraggio di Michael, l’intraprendenza ossessiva di Lorca, i traumi di Tyler e la pudica storia d’amore tra Stamets e il dottor Culber, il cui “ti amo” sussurrato poco prima dell’immane sofferenza funge da contrappunto sentimentale alla ricetta indiscutibilmente efficace messa a punto dagli autori. La distruzione della Nave dei Morti segue un ultimo momento virtuoso, Michael che strappa di mano la reliquia del mentore e scompare in un raggio di luce nella rabbia di Kor il sanguinario. Il catafalco Klingon esplode in un bombardamento che scarica l’armeria della Discovery nell’arco di secondi, proprio come tutti i vascelli dei guerrieri di Qo’noS sono stati distrutti lungo la cinquantennale narrazione della saga.

DOVE NESSUN UOMO È MAI GIUNTO PRIMA

Il coraggio della Discovery verrà premiato, seppur la guerra sia ben lungi dal finire. In uno scenario mozzafiato dall’hangar delle navette Lorca e Stamets discutono sul futuro. Il capitano desidera che sia il tenente a raccogliere le onorificenze promesse da Starfleet (anche qui – è altruismo autentico o la centesima opera di manipolazione?); con grande sorpresa di Lorca, Stamets annuncia di avere concluso con i viaggi spazio-dimensionali. La posta è troppo alta, anche l’esplorazione scientifica ha un limite se la vita di così tante anime viene messa in gioco. Il biondino promette un ultimo salto istantaneo verso la base spaziale in cui la nave potrà godersi finalmente del meritato riposo, ma il karma è un brutto cliente: quando gli elettrodi conficcati negli avambracci del tenente entrano in collegamento con il computer di bordo della Discovery l’uomo emette un urlo lancinante, il mezzo spaziale scompare dalle mappe e riappare in un cimitero di navi mai visto prima.

Stamets fuoriesce dalla camera con gli occhi vitrei, in pieno delirio: l’intero universo quantistico si riversa nel suo cervello. È diventato un essere superiore, una maledizione, non sappiamo se temporanea o definitiva, che può allontanarlo da ogni contatto limitato all’unico presente in cui gli altri personaggi possono permettersi di esistere. La Discovery si ritrova senza più una guida in un limbo inesplicabile, una autentica nuova frontiera. Potevamo intuire che le scoperte rivoluzionarie introdotte nella serie CBS non avrebbero potuto impattare facilmente nel contesto dello Star Trek che abbiamo imparato ad amare e conoscere e il cliffhanger del mid-season finale sembra andare incontro ai nostri dubbi: la tecnologia a spore verrà abbandonata, i file secretati dalla Federazione non appena la guerra avrà fine? Soprattutto, chi fra questi personaggi riuscirà a sopravvivere fino a connettersi con il canone di James T. Kirk? Non possiamo fare altro che attendere fino a gennaio. Sei episodi ci separano dalla fine della prima stagione.

Discovery entra in pausa in una relativa condizione di trionfo: gli ascolti del network sono buoni, le recensioni sono andate in crescendo, la qualità dell’intreccio è migliorata di puntata in puntata acquistando sempre più sicurezza. L’investimento oneroso della CBS si è rivelato più che buono perché pur senza raggiungere lo status di capolavoro questo nuovo Star Trek ha tutte le carte in regola per rinverdire il franchise grazie a una commistione tra coraggio impulsivo, ottime interpretazioni, relativa attenzione alla serie passate e nuove, impressionanti tematiche.

La serie non sarà ammantata di conflitto ancora a lungo, temo: il tema dei viaggi dimensionali ha prevaricato la seppur efficace prima battaglia finale instradando il futuro di Discovery tra realtà parallele e provocanti paradossi cervellotici. Potremmo obiettare che Star Trek non necessitasse una presa di posizione così audace, ma dodici anni di assenza dagli schermi e il fallimento della passata serie televisiva erano macigni ardui da ignorare; avevamo domandato originalità, carattere, insomma dei buoni motivi per interessarci ancora una volta al format di fantascienza per antonomasia. La ripetizione stanca dei medesimi scenari avrebbe calmato le acque affossando Discovery nel lungo termine e soccombere al silenzio è uno dei destini peggiori per una serie obbligata a difendere costantemente la propria reputazione. Non tutte le novità ideate da Fuller e Kurtzman vanno a segno e gli episodi messi in onda al momento, tra cali di tono e qualche scivolata di sceneggiatura, sono stati concepiti proprio per dare uno scossone all’intera struttura di Star Trek. Accettare il nuovo è obbligatorio se si intende approcciarsi a Discovery, eppure è sorprendente la sicurezza che la serie esibisce nel prendersi sul serio quanto basta proseguendo con caparbietà nella ricerca della propria identità.

Dimenticate il vecchio Trek, anzi no: mantenetelo a una distanza di sicurezza. Discovery vi porterà verso nuovi lidi, che vi piaccia o meno: finché saranno ben scritti e convincenti non vedo perché dovremmo ostinarci ad accoglierlo dalla porta di servizio.

Ci rivediamo tra un paio di mesi.

Star Trek: Discovery

Star Trek: Discovery
8.3

Trama

8.0 /10

Cast

8.5 /10

Regia

8.4 /10

Colonna Sonora

7.8 /10

Godibilità

8.6 /10

Pros

  • La trama orizzontale è ben concepita
  • Cast convinto e di classe
  • Un doppio episodio risolutivo
  • La costante gioia per gli occhi

Cons

  • Talmente ambizioso da risultare un rischio
  • Non tutti i passaggi narrativi sono chiari

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