Maniac, la Recensione – NO SPOILER

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Martina Cofano
Appassionata di Fotografia e novella Scenografa, divoratrice professionista di Serie TV. Conservare in un luogo fresco a con connessione WI-FI.

Appassionata di Fotografia e novella Scenografa, divoratrice professionista di Serie TV. Conservare in un luogo fresco a con connessione WI-FI.

Il regista Cary Fukunaga ci porta in un mondo distopico apparentemente futuristico, ma ci troviamo negli anni ’80. Questo gusto retrò e futuristico ci ha messo subito a nostro agio, con ambientazioni molto equilibrate sia a livello di colori che a livello di coerenza storica. Forse un po’ troppo stile orientale evidente, ma ogni regista lascia sempre un’impronta caratteristica che lo contraddistingue ovunque. Per Fukunaga è una New York tutta giapponese (quasi assomiglia ad una Bay City, ma meno lugubre). Con un cast pieno zeppo di volti talentuosi come la bellissima Emma Stone e l’enigmatico Jonah Hill, che hanno fatto breccia nei cuori degli spettatori (ed anche nei nostri) nel raccontarci le sfortunate ed intense vicende di Annie Landsberg ed Owen Milgrim. Ospiti speciali anche la zia May di tutti i peter Parker del mondo, la bravissima e sempre sul pezzo Sally Field, ma non ci scordiamo di Justin Theroux.
La serie è un rifacimento dell’originale norvegese del 2014.

I due protagonisti cominciano una sperimentazione col fine di racimolare un generoso pagamento, in cui verranno testate le loro facoltà psicologiche nel proteggere se stessi dai traumi subiti, attraverso un trial clinico. Sono state due interpretazioni favolose quelle di Emma Stone ed Jonah Hill, entrambi calati perfettamente nelle loro parti.

Questi 10 episodi da 40 minuti ciascuno sono talmente saturi di elementi e vicende che sembrano quasi dimezzare il tempo di visione. Maniac è stata una trappola mentale non solo per i partecipanti alla sperimentazione farmaceutica della  Neberdine Pharmaceutical, ma è anche un labirinto per lo spettatore, che si troverà faccia a faccia anche con le sue emozioni. Una seduta psicoanalitica di 10 puntate in cui, alla fine, anche lo spettatore non sarà più lo stesso.

Il percorso di Maniac è proprio questo, ed è una pugnalata nello stomaco: a volte far finta di non avere un problema non è una scorciatoia verso la felicità, anzi. Più si cerca di far finta che una cosa non esista, o semplicemente far finta che non sia mai accaduta, e più demonizza la persona e la convince che “il problema non esiste”. Questo circolo vizioso di negare la realtà porta i protagonisti di queste vicende a non poter dare un punto di svolta nelle loro vite, essendo i traumi non affrontati del tutto.
Uno dei punti a favore della serie è sicuramente il metodo di narrazione con cui ci viene raccontata la trama. Non c’è un genere che predomina, bensì è pieno di scene tutte diverse per genere e narrazione. Possiamo trovarci immersi in una commedia come in un fantasy,  oppure in un thriller, tutto allo stesso tempo. Tuttavia, questo particolare sbarazzino porta lo spettatore ad uno stato confusionario ancor prima di aver imparato a riconoscere i personaggi per nome, e questo è un aspetto non molto favorevole.

Annie ed Owen sono due individui tanto diversi quanto simili, ed è proprio questa unione che fa scattare un campanello d’allarme nel cervello dello spettatore. La serie gioca molto sulle emozioni umane, dando ai personaggi un metodo per essere guariti da loro stessi. Il fatto che questi due protagonisti si ritrovino sempre faccia a faccia ci ha fatto pensare all’aiuto di cui ogni individuo ha veramente bisogno, e questo è un messaggio molto profondo, da non sottovalutare mai.

Nonostante il messaggio che i medici della sperimentazione ostentano a ricordare (“Vi sistemeremo”), Maniac ci fa capire la struttura con il quale questi brillanti scienziato lavorano. Una serie di loop mentali creati dalla somministrazioni di diversi farmaci che trasportano, in ogni scenario rappresentato, tutti quei particolari del personaggio protagonista chiave, a cui bisogna fare molta attenzione. Nessun nome e nessun oggetto è lasciato al caso, ognuno ha un significato per l’individuo che lo aiuta nel percorso di assimilazione dei propri traumi. Un aspetto a cui si fa riferimento solo a trama molto inoltrata, e per questo all’inizio si capisce poco di cosa Maniac stia cercando di comunicare.

 

Adesso parliamo del lato tecnico di questa miniserie. Fotografia accattivante nei colori, in linea con lo stile retrò giapponese e la sua palette di colori pastello. Le scenografie sono state interessanti da visionare, in quanto l’80% delle ambientazioni siano state opera di un intenso lavoro artistico ricostruito per filo e per segno. Un punto a favore! Per quanto riguarda la colonna sonora e gli effetti sonori, abbiamo apprezzato la cura nei dettagli sonori che si avvicinano alla scienza dell’ASMR, che forse qualche lettore già conoscerà da svariati video che girano sul web. L’ASMR sta per risposta autonoma del meridiano sensoriale, in cui determinati suoni vengono percepiti dal cervello con impulsi di piacere e soddisfazione uditiva. In questo caso, gli stimoli celebrali sono stati portati da alcuni effetti sonori, che per alcuni possono recare piacere tanto quanto del disagio per altri. Tuttavia ci sono stati punti molto disturbanti a livello uditivo, legati al volume del suono, sicuramente voluto dal regista per creare un disagio nello spettatore.

La mente di Fukunaga non ha lasciato nulla al caso, ed è sicuramente un’aspetto a cui abbiamo tenuto conto nel dare una valutazione a questa miniserie.
Questa volta abbiamo anche una morale: non fare finta che tutto vada bene anche quando sta andando tutto in pezzi. Cerca sempre un modo per essere aiutato, se ne hai bisogno.

Maniac è disponibile su Netflix a partire dal 21 Settembre 2018, con 10 episodi totali.

7.2

Regia

7.0/10

Sceneggiatura

7.5/10

Cast

8.0/10

Fotografia

8.0/10

Colonna sonora

5.5/10

Pros

  • Fotografia molto accattivante e colorata
  • Impatto emotivo forte
  • Scenografie originali

Cons

  • Storytelling confusionario
  • Eccessivi effetti sonori

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